Emil 85
SULLA MALINCONIA
Quando non ci si può liberare di se stessi, ci si diverte a divorarsi. è vano appellarsi al Signore delle Ombre, dispensatore di una maledizione definita: si è malati senza malattia, e reprobi senza vizi. La malinconia è la condizione sognata dall'egoismo: nessun altro oggetto all'infuori di sé, nessun altro motivo di odio e di amore, ma quella stessa caduta in una melma stagnante, quello stesso rivoltarsi di dannati senza inferno, quelle stesse reiterazioni di un'ansia di perire...Mentre la tristezza si accontenta di una cornice di fortuna, alla malinconia serve un'orgia di spazio, un paesaggio sconfinato per diffondervi la sua grazia scontrosa ed evanescente, il suo male senza contorni che, nel timore di guarire, paventa un limite alla propria dissoluzione e al proprio ondeggiamento. Essa sboccia - ed è fiore più strano dell'amor proprio - fra i veleni da cui trae la sua linfa e il vigore di tutte le sue debolezze. Nutrendosi di ciò che la corrompe essa cela, sotto il nome melodioso, l'Orgoglio della disfatta e la Compassione di sé.
Emil 84
L'AUTOMA
Respiro per pregiudizio. E contemplo lo spasimo delle idee, mentre il Vuoto sorride a se stesso... Non più sudore nello spazio, non più vita; ma la minima volgarità la farà riapparire: basta aspettare un attimo.
Quando ci si sente esistere, si prova la sensazione di un demente meravigliato che sorprenda la propria follia e cerchi invano di darle un nome. L'abitudine ottunde il nostro stupore di essere: noi siamo - e passiamo oltre, riprendiamo il nostro posto nel manicomio degli esistenti.
Conformista, io vivo, cerco di vivere, per imitazione, per rispetto delle regole del gioco, per orrore dell'originalità. Rassegnazione da automa: fingere un'apparenza di fervore e riderne segretamente; piegarsi alle convenzioni soltanto per ripudiarle di nascosto; figurare in tutti i registri, ma senza residenza nel tempo; salvare la faccia mentre sarebbe doveroso perderla...
Colui che disprezza tutto deve assumere una perfetta aria di dignità, indurre in errore gli altri e perfino se stesso: adempirà così più facilmente il suo compito di finto vivo. A che scopo esibire il proprio decadimento quando si può fingere la prosperità?L'inferno non conosce le buone maniere: è l'immagine esasperata di un uomo franco e screanzato, è la terra concepita senza alcuna superstizione di eleganza e civiltà.
Accetto la vita per urbanità: la rivolta perpetua è di cattivo gusto quanto la sublimità del suicidio. A vent'anni ci si scaglia contro il cielo e il lerciume che esso copre; poi ci si stanca. La posa tragica si addice soltanto a una pubertà protratta e ridicola;ma occorrono mille prove per accedere all'istrionismo del distacco.
Colui che, emancipato da tutte le regole della consuetudine, non possedesse doti di attore, sarebbe l'archetipo della sventura, l'essere idealmente infelice. Inutile costruire questo modello di franchezza: la vita non è tollerabile se non per il grado di mistificazione che vi si mette. Un tale modello sarebbe la rovina istantanea della società, dato che la "dolcezza" del vivere in comune sta nell'impossibilità di dar libero sfogo all'infinità dei nostri pensieri riposti. Se ci sopportiamo a vicenda è solo perchè siamo tutti impostori. Chi non accettasse di mentire vedrebbe la terra sfuggirgli sotti i piedi: noi siamo biologicamente costretti al falso. Non esiste eroe morale che non sia o puerile o inefficace o inautentico; giacché la vera autenticità è la sozzura nella frode, nelle convenienze dell'adulazione pubblica e della diffamazione segreta. Se i nostri simili potessero prendere atto delle nostre opinioni su di loro, l'amore, l'amicizia, la devozione sarebbero depennati per sempre dai dizionari; e se avessimo il coraggio di guardare in faccia i dubbi che concepiamo timidamente, su noi stessi, nessuno proferirebbe un "io" senza vergognarsi. La mascherata investe tutto ciò che vive, dal troglodita fino allo scettico.Poiché è soltanto il rispetto delle apparenze a separarci dalle carogne, fissare il fondo delle cose e degli esseri significa perire; atteniamoci a un più confortevole nulla: la nostra costituzione può tollerare solo una certa dose di verità...
Sforziamoci di conservare nel nostro intimo una certezza superiore a ogni altra: la vita non ha senso, non può averne. Dovremmo ucciderci all'istante, se una rivelazione inattesa ci persuadesse del contrario. Sparisse l'aria, continueremmo a respirare; ma soffocheremmo subito se ci venisse tolta la gioia dell'inanità...
Emil 83
MUSICA E SCETTICISMO
Ho cercato il Dubbio in tutte le arti, non l'ho trovato se non mascherato, furtivo, sfuggito alle pause dell'ispirazione, sorto da un allentamento dello slancio: ma ho rinunciato a cercarlo - anche in questa forma - nella musica; qui non può germogliare: ignorando l'ironia, la musica proviene non già dalle malizie dell'intelletto ma dalla sfumature tenere o veementi dell'Ingenuità - idiozia del sublime, irriflessione dell'infinito... Poiché il motto di spirito non ha equivalente sonoro, definire intelligente un musicista significa denigrarlo. Questo attributo lo sminuisce ed è inammissibile in quella cosmogonia languida in cui egli, come un dio cieco, improvvisa universi. Se il musicista fosse consapevole del proprio dono; ma egli non ne è responsabile; nato nell'oracolo, non è in grado di comprendere se stesso. Spetta agli sterili interpretarlo: egli non è critico, così come Dio non è teologo.
Caso limite di irrealtà e di assoluto, finzione infinitamente reale, menzogna più veritiera del mondo - la musica perde il suo fascino non appena, aridi o malinconici, ci dissociamo dalla Creazione, e lo stesso Bach ci sembra un rumore insulso; essa è il punto estremo della nostra non partecipazione alle cose, della nostra freddezza e della nostra decadenza. Sogghignare in pieno sublime - trionfo sardonico del principio soggettivo, che ci rende simili al Diavolo!
è perduto colui che non ha più lacrime per la musica, che vive soltanto del ricordo di quelle versate: la chiaroveggenza sterile avrà avuto ragione dell'estasi - che un tempo generava mondi...
Emil 82
LA NOIA DEI CONQUISTATORI
Parigi gravava su Napoleone, per sua stessa ammissione, come una "cappa di piombo": ciò costò la vita a dieci milioni di uomini. è il bilancio del "male del secolo" quando ne diviene l'agente un René a cavallo. Questo male, nato nell'ozio dei salotti del Settecento, tra le mollezze di un'aristocrazia troppo lucida, provocò devastazioni nelle più lontane compagne: dei contadini dovettero pagare con il sangue una forma di sensibilità estranea alla loro natura, come lo era a tutto un continente. Poiché le nature eccezionali in cui si è insinuata la noia hanno orrore di qualsiasi luogo e sono ossessionate da un perenne altrove, sfruttano l'entusiasmo dei popoli unicamente per moltiplicarne i cimiteri. Quel condottiero che piangeva su Werther e su Ossian, quell'Obermann che proiettava il suo vuoto nello spazio e che, a detta di Joséphine, fu capace solo di pochi attimi di abbandono, ebb come missione inconfessata quella di spopolare la terra.
Il conquistatore sognante è la maggior calamità per gli uomini; ciò non toglie che essi si precipitino equalmente a idolatrarlo, affascinati come sono dai progetti strampalati, dagli ideali nocivi, dalle ambizioni insane. Nessun uomo ragionevole è mai stato oggetto di culto, né ha lasciato una traccia, un'impronta su un solo avvenimento. Imperturbabile davanti a una concezione precisa o a un idolo trasparente, la folla si entusiasma in presenza dell'inverificabile, dei falsi misteri. Chi è mai morto in nome del rigore? Ogni generazione innalza monumenti ai carnefici di quella che l'ha preceduta. è anche vero, però, che le vittime accettarono di buon grado di essere immolate, dal momento che credettero nella gloria, nel trionfo di uno solo, nella disfatta di tutti...
L'umanità ha adorato soltanto coloro che l'hanno fatta perire. I regni in cui i cittadini si spensero pacificamente non trovano grande spazio nella storia, e nemmeno il principe saggio, disprezzato in ogni tempo dai suoi sudditi; la folla ama il romanzo, anche a proprie spese, perchè lo scandalo dei costumi forma la trama della curiosità umana e la corrente sotterranea di ogni avvenimento; la donna infedele e il cornuto forniscono alla commedia, alla tragedia e perfino all'epopea la quasi totalità dei loro motivi. Poiché l'onestà non ha né biografia né fascino, dall'Iliade fino alla farsi l'unica cosa capace di divertire e incuriosire è sempre stato il propalarsi del disonore. è dunque del tutto naturale che l'umanità si sia offert in pasto ai conquistatori, che voglia farsi calpestare, che una nazione senza tiranni non faccia parlare di sé, che la quantità di infamie commesse da un popolo sia l'unico indizio della sua presenza e della sua vitalità. Una nazione che non stupra più è in piena decadenza; è dal numero degli stupri che essa rivela i suoi istinti, il suo avvenire. Cercate di scoprire a partire da quale guerra essa abbia smesso di praticare, su larga scala, questi tipo di crimine: avrete trovato il primo simbolo del suo declino; da quale momento l'amore sia divenuto un cerimoniale e il letto una condizione dello spasmo, e avrete identificato l'inizio della sua debolezza e la fine della sua eredità barbara.
Storia universale: storia del Male. Togliere i disastri del divenire umano: tanto varrebbe concepire la natura senza stagioni. Non avete contribuito a una catastrofe? Sparirete senza lasciare traccia. Noi suscitiamo l'interesse degli altri in virtù dell'infelicità che spargiamo intorno a noi. "Non ho fatto soffrire nessuno!": un'esclamazione totalmente estranea a una creatura di carne. Quando ci entusiasmiamo per qualche personaggio del presente o del passato ci poniamo inconsciamente il quesito: "Per quanti esseri è stato causa di sventura?". Chissà se ognuno di noi non aspira al privilegio di uccidere tutti i suoi simili... Ma questo privilegio è concesso a pochissimi e mai interamente: tale restrizione spiega da sola perchè la terra sia ancora popolata. Assassini indiretti, noi formiamo una massa inerte, una moltitudine di oggetti di fronte ai veri soggetti del Tempo, di fronte ai grandi criminali che si sono realizzati.
Ma consoliamoci: i nostri discendenti prossimi o lontani ci vendicheranno. Giacché non è difficile immaginare il momento in cui gli uomini si scanneranno per il ribrezzo di se stessi, in cui la Noia avrà ragione dei loro pregiudizi e delle loro reticenze, in cui scenderanno in strada a estinguere la loro sete di sangue e in cui il sogno distruttore, protratto per tante generazioni, diventerà quello di tutti...
Emil 81
TRIBOLAZIONE DI UNO STRANIERO
Nato in qualche tribù sfortunata, percorre in lungo e in largo i viali dell'Occidente. Innamorato successivamente di diverse patrie, non spera più di trovarne una: irrigidito in un crepuscolo intemporale, cittadino del mondo - e di nessun mondo -, è inefficace, non ha nome né vigore. I popoli senza destino non possono darne uno ai loro figli che, assetati di altri orizzonti, se ne innamorano e poi li esauriscono per finire anch'essi con l'essere spettri delle loro ammirazioni e delle loro stanchezze. Non avendo nulla da amare nel loro paese, ripongono il loro amore altrove, in altre contrade, dove il loro entusiasmo stupisce gli indigeni. Troppo sollecitati, i loro sentimenti si logorano e si degradano, l'ammirazione in primo luogo...e lo Straniero che si è dissipato lungo tante strade esclama: "Mi sono fabbricato innumerevoli idoli, ho innalzato dappertutto troppi altari e mi sono inginocchiato davanti a un'infinità di dèi. Adesso, stanco di adorare, ho sperperato la dose di delirio avuta in sorte. Si hanno risorse soltanto per gli assoluti della propria razza, giacché un'anima, al pari di un paese, non sboccia se non entro le proprie frontiere: io pago per averle varcate, per aver eletto l'Indefinito a mia patria e venerato divinità straniere, per essermi prosternato davanti a secoli che avevano escluso i miei antenati. Da dove io venga, non saprei più dire: nei templi, sono senza fede; nelle città, senza ardore; accanto ai miei simili, senza curiosità; sulla terra, senza certezze. Datemi un desiderio preciso e rovescerò il mondo. Liberatemi da quest'onta degli atti che mi fa recitare ogni mattina la commedia della resurrezione, e ogni sera quella della sepoltura; nel frattempo, nient'altro che questo supplizio nel sudario della noia... Sogno di volere - e tutto quello che voglio mi sembra senza valore. Come un vandalo roso dalla malinconia, mi dirigo senza meta, io senza io, verso non so più quali luoghi... per scoprire un dio abbandonato, un dio da lui stesso ateo, e addormentarmi all'ombra dei suoi ultimi dubbi e dei suoi ultimi miracoli."
Emil 80
III
Mentre il verso permette qualsiasi cosa, e voi potete riversarvi lacrime, onte, estasi - e soprattutto lamenti, la prosa vi impedisce di sfogarvi o di lamentarvi: ciò ripugna alla sua astrazione convenzionale. Essa esige altre verità: controllabili, dedotte, misurate. E se invece rubassimo quelle delle poesia, se saccheggiassimo la sua materia e osassimo quanto i poeti?
Perchè non insinuare nel discorso le loro indecenze, le loro umiliazioni, le loro smorfie e i loro sospiri? Perchè non essere decomposti, imputriditi, cadaveri, angeli o Satana nel linguaggio comune, e tradire pateticamente tanti slanci alati e sinistri? Assai più che alla scuola dei filosofi, è a quella dei poeti che si apprende il coraggio dell'intelligenza e l'audacia di essere se stessi. Le loro "affermazioni" fanno impallidire i discorsi più stranamente impertinenti dei sofisti antichi. Nessuno però le adotta: c'è mai stato un solo pensatore che sia andato lontano quanto Baudelaire, o che abbia ardito mettere in sistema una folgorazione di Lear o un monologo di Amleto? Forse Nietzsche, prima della fine, ma, ahimè!, continuava a ostinarsi nei suoi ritornelli da profeta... E se cercassimo dalla parte dei santi? Certe frenesie di Teresa d'Avila o di Angela da Foligno...Ma vi troviamo troppo spesso Dio, questo nonsenso consolatore che, rafforzando il loro coraggio, ne sminuisce la qualità. Aggirarsi senza convinzione, e soli, fra le verità non è cosa da uomini e neppure da santi; a volte, però, da poeti...
Immagino un pensatore che esclami in un moto di orgoglio: "Mi piacerebbe che un poeta si costruisse un destino con i miei pensieri!". Ma perchè la sua aspirazione fosse legittima, bisognerebbe che lui stesso frequentasse a lungo i poeti, che vi attingesse delizie di maledizione e restituisse loro, astratta e compiuta, l'immagine delle loro stesse cadute o dei loro stessi deliri; bisognerebbe soprattutto che soccombesse alla soglia del canto e, inno vivente al di qua dell'ispirazione, conoscesse il rimpianto di non essere poeta - di non essere iniziato alla "scienza delle lacrime", ai flagelli del cuore, alle orge formali, alle immoralità dell'istante...
...Molte volte ho sognato un mostro malinconico ed erudito, esperto di tutti gli idiomi, intimo di tutti i versi e di tutte le anime, che errasse per il mondo, al fine di pascersi di veleni, di fervori, di estasi, attraverso le Persie, le Cine, le Indie defunte e le Europe morenti - molte volte ho sognato un amico dei poeti, che fosse stato spinto a conoscerli tutti dalla disperazione di non essere dei loro.
Emil 79
II
Io riconosco un vero poeta dal fatto che frequentandolo, vivendo a lungo nell'intimità della sua opera, qualcosa si modifica in me: non tanto le mie inclinazioni o i miei gusti, quanto il mio stesso sangue, come se un male sottile vi si fosse insinuato per alterarne il flusso, lo spessore e la qualità. Valery o Stefan George ci lasciano là dove li avevamo incontrati, oppure ci rendono più esigenti sul piano formale dello spirito: sono geni di cui non abbiamo bisogno, non sono che degli artisti. Ma uno Shelley, un Baudelaire, un Rilke agiscono nel più profondo del nostro organismo, che li assorbe come farebbe con un vizio. Accanto a loro, un corpo si fortifica, poi si infiacchisce e si disgrega. Perchè il poeta è un fattore di distruzione, un virus, una malattia mascherata ed è il pericolo più grave, seppure meravigliosamente indefinito, per i nostri globuli rossi. Vivere accanto a lui significa sentire il sangue impoverirsi, significa sognare un paradiso dell'anemia e udire, nelle vene, scorrere le lacrime...
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