Emil 135



I SEMPLICI DI SPIRITO

Osservate l'accento con cui un uomo pronuncia la parola "verità", l'inflessione di sicurezza o di riserva che vi mette, l'aria di chi ci crede o di chi ne dubita, e sarete informati sulla natura delle sue opinioni e sulla qualità del suo spirito. Non c'è parola più vuota; e tuttavia gli uomini se ne fanno un idolo e ne trasformano il nonsenso in un criterio e insieme in uno scopo del pensiero. Questa superstizione - che scusa l'uomo comune e squalifica il filosofo - deriva dall'intrusione della speranza nella logica. Ci viene ripetuto che la verità è inaccessibile, eppure bisogna cercarla, tendere ad essa, sforzarsi di raggiungerla. Ecco una restrizione che non ci distingue da coloro che affermano di averla trovata: l'importante è credere che la verità sia possibile - possederla o aspirare ad essa sono due atti che derivano da un medesimo atteggiamento. Di una parola come di un'altra facciamo un'eccezione: terribile usurpazione del linguaggio! Io  considero semplice di spirito chiunque parli della Verità con convinzione: il fatto è che ha in serbo delle maiuscole, e se ne serve ingenuamente, senza frode né disprezzo. Per quanto riguarda il filosofo, il suo minimo cedimento a questa idolatria lo smaschera: in lui il cittadino trionfa sul solitario. La speranza che emerge da un pensiero, questo rattrista o fa sorridere... è un'indecenza mettere troppa anima nelle grandi parole: la puerilità di ogni forma di entusiasmo per la conoscenza... Ed è tempo che la filosofia, gettando il discredito sulla Verità, si emancipi da tutte le maiuscole.  

Emil 134



I MIEI EROI

Quando si è giovani, ciascuno di noi ha i suoi eroi. Io ho avuto i miei: Heinrich von Kleist, Karoline von Günderode, Gérard de Nerval, Otto Weininger... Ebbro del loro suicidio, avevo la certezza che essi soltanto erano andati sino in fondo; che avevano tratto, nella morte, la conclusione giusta del loro amore contrariato o appagato, del loro spirito incrinato o della loro convulsione filosofica. Il fatto  che un uomo sopravvivesse alla propria passione bastava a rendermelo spregevole o abietto: come dire che ritenevo superflua l'intera umanità, giacché scoprivo in essa un numero infimo di grandi decisioni, e un tale compiacimento nell'invecchiare che io me ne distoglievo, risoluto a farla finita prima di arrivare alla trentina. Ma a mano a mano che gli anni passavano, perdevo l'orgoglio della giovinezza: ogni giorno, come una lezione di umiltà, mi ricordava che ero ancora vivo, che tradivo i miei sogni fra gli uomini putrefatti di vita. Sfinito dall'attesa di non essere più, consideravo un dovere trapassarsi le carni quando l'aurora spunta su una notte d'amore, e una volgarità senza nome avvilire con la memoria un eccesso di sospiri. O, in altri momenti, come insultare ancora la durata con la propria presenza, quando si è afferrato tutto in una dilatazione che innalza l'orgoglio sul trono dei cieli? Pensavo allora che il solo atto che un uomo potesse compiere senza vergogna fosse quello di togliersi la vita, e che nessuno avesse il diritto di sminuirsi nella successione dei giorni e nell'inerzia dell'infelicità. Non ci sono eletti, mi ripetevo, al di fuori di quelli che si danno la morte. Ancora oggi stimo di più un portinaio che si impicca di un poeta vivo. L'uomo beneficia di una dilazione del suicidio: ecco la sua sola gloria, la sua sola scusa. Ma egli non ne è cosciente, e taccia di viltà il coraggio di coloro che osarono elevarsi con la morte al di sopra di se stessi. Noi siamo legati gli uni agli altri dal tacito patto di andare avanti fino all'ultimo respiro; tuttavia questo patto, che cementa la nostra solidarietà, ci condanna: l'intera nostra razza ne è infamata. Non c'è salvezza fuori del suicidio. Strano a dirsi, la morte, benché eterna, non è entrata nei costumi: solo realtà, essa tuttavia non può diventare moda. Così, in quanto vivi, siamo tutti antiquati...
     

Emil 133



FANTASIA MONACALE

I tempi in cui c'erano donne che prendevano il velo per nascondere al mondo, come a se stesse, l'avanzare dell'età, l'appannarsi del loro splendore, lo svanire del loro fascino... e in cui c'erano uomini che, stanchi di gloria e di fasto, lasciavano la corte per rifugiarsi nella vita devota... La moda di convertirsi per pudore è scomparsa col Grand Siècle: l'ombra di Pascal e un riflesso di Jacqueline si stendono, come seduzioni invisibili, sull'ultimo dei cortigiani, sulla bellezza più frivola. Ma i Port-Royal furono distrutti una volta per tutte, e con essi i luoghi propizi alle agonie discrete e solitarie.
Non c'è più la civetteria del convento: dove cercare ancora, per addolcire il nostro decadimento, una cornice insieme cupa e sontuosa? Un epicureo come Saint-évremond ne immaginava una di suo gusto, confortevole e molle quanto il suo savoir-vivre. In quei tempi bisognava ancora tener contro Dio, adattarlo all'incredulità, includerlo nella solitudine. Accomodamento piacevolissimo, tramontato per sempre! Noi invece avremmo bisogno di chiostri altrettanto spogli, altrettanto vuoti delle nostre anime, per smarrirci in essi senza l'assistenza dei cieli, in una purezza di ideali assenti; di chiostri adatti agli angeli disingannati che, nella loro caduta, a furia di illusioni vinte, restassero ancora immacolati. Agogniamo una moda di ritiri in un'eternità senza fede, una vestizione nel nulla, un Ordine affrancato dai misteri, nel quale nessun "fratello" potesse appellarsi a niente, sdegnando la propria come l'altrui salvezza, un Ordine dell'impossibile salvezza...

IN ONORE DELLA FOLLIA

Better I were distract: so should my thoughts be served from
my griefs.

Così esclama Gloucester davanti alla follia di re Lear... Per separarci dalle nostre pene, la nostra ultima risorsa è il delirio; sottoposti ai suoi traviamenti, non incontriamo più le nostre afflizioni: paralleli ai nostri dolori e al margine delle nostre tristezze, noi vaneggiamo in una tenebra salutare. Quando si esecra quella scabbia che si chiama vita, e si è stanchi dei pruriti della durata, la sicurezza del folle in mezzo alle sue angustie diventa una tentazione e un modello: che una sorte benigna ci dispensi dalla nostra ragione! Non c'è via d'uscita finché l'intelletto rimane più attento ai moti del cuore, finché non se ne disabitua! Io aspiro alle notti dell'idiota, alle sue sofferenze minerali, alla fortuna di gemere con indifferenza come se si trattasse dei gemiti di un altro, a un calvario in cui si è estranei a sé, in cui le proprie grida vengono da altrove, a un inferno anonimo nel quale si danza e si ghigna distruggendosi. Vivere e morire in terza persona, esiliarmi in me stesso, dissociarmi dal mio nome, distolto per sempre da quello che fui: attingere infine - dato che la vita è tollerabile solo a questo prezzo - la saggezza della demenza...

Emil 132



NEL SEGRETO DEI MORALISTI

Quando abbiamo riempito l'universo di tristezza, non ci resta altro, se vogliamo ravvivare lo spirito, che la gioia, l'impossibile, la rara, la folgorante gioia; ed è proprio quando non speriamo più che subiamo la fascinazione della speranza: la Vita - dono offerto ai vivi da coloro che sono ossessionati dalla morte... Poiché l'orientamento dei nostri pensieri non è quello dei nostri cuori, coltiviamo un'inclinazione segreta verso tutto ciò che calpestiamo. Se uno rileva lo scricchiolio della macchina del mondo è perchè ha troppo sognato le risonanze delle sfere celesti: non potendo udirle, si umilia ad ascoltare soltanto il baccano circostante. Le parole amare emanano da una sensibilità esulcerata, da una delicatezza ferita. Il veleno di un La Rochefoucauld o di uno Chamfort fu la rivincita che essi si presero contro un mondo fatto per i bruti. Ogni amarezza nasconde una vendetta e si traduce in un sistema: il pessimismo è la crudeltà dei vinti che non possono perdonare alla vita di aver ingannato le loro attese.

L'allegria che vibra colpi mortali... la giocosità che dissimula il pugnale sotto un sorriso... Penso a certi sarcasmi di Voltaire, a certe repliche di Rivarol, alle battute sferzanti di Madame du Deffand, al sogghigno che trapela dietro tanta eleganza, alla leggerezza aggressiva dei salotti, alle arguzie che divertono e che uccidono, all'asprezza che è racchiusa in un eccesso  di civiltà... E penso a un moralista ideale - una combinazione di slancio lirico e di cinismo -, esaltato e glaciale, diffuso e incisivo, vicino alle Reveries quanto alle Liaisons dangereuses, o capace di fondere in sé Vauvenargues e Sade, il tatto e l'inferno...
Osservatore dei costumi su se stesso, non avendo bisogno di attingere altrove, la minima attenzione che rivolgesse a sé gli svelerebbe le contraddizioni della vita, di cui rifletterebbe tutti gli aspetti così bene che, per la vergogna di essere un semplice doppione, essa svanirebbe...

Non c'è attenzione il cui esercizio non conduca a un atto di annientamento: è la fatalità dell'osservazione, con tutti gli inconvenienti che ne derivano per l'osservatore, dal moralista classico fino a Proust. Tutto si dissolve sotto l'occhio scrutatore: le passioni, i legami a tutta prova, gli entusiasmi sono proprio degli spiriti semplici, fedeli agli altri e a se stessi.
Una traccia di lucidità nel "cuore" ne fa la sede di sentimenti finti, trasforma l'innamorato in Adolphe e l'insoddisfatto in René.Chi ama non esamina l'amore, chi agisce non medita sull'azione: se studio il mio "prossimo" è perchè ha cessato di esserlo, e io non sono più "io" se mi analizzo: divento oggetto, allo stesso titolo degli altri. Il credente che soppesa la propria fede finisce col mettere Di sulla bilancia e salvaguardare il proprio fervore soltanto per timore di perderlo. Situato agli antipodi dell'ingenuità, dell'esistenza integra e autentica - il moralista si esaurisce in un faccia a faccia con se stesso e gli altri: commediante, microcosmo di sottintesi, non tollera l'artificio che gli uomini, per vivere, accettano spontaneamente e incorporano nella loro natura. Tutto gli sembra convenzione: egli svela i moventi dei sentimenti e degli atti, smaschera i simulacri della civiltà in quanto soffre di averli intravisti e sorpassati: giacché questi simulacri fanno vivere, sono la vita, mentre la sua esistenza, contemplandoli, si perde nella ricerca di una "natura" che non esiste e che, se anche esistesse, gli sarebbe altrettanto estranea degli artifici che a essa sono stati aggiunti. Ogni forma di complessità psicologica ridotta ai suoi elementi, spiegata a sezionata, comporta un'operazione assai più nefasta per l'operatore che per la vittima. Liquidiamo i nostri sentimenti se ne seguiamo i meandri, come i nostri slanci se ne spiamo la traiettoria; quando poi consideriamo nei particolari gli impulsi degli altri, non sono loro a smarrirsi per via... Tutto quello a cui non si partecipa sembra irragionevole; ma coloro che si muovono non possono non avanzare, mentre l'osservatore da qualunque parte si volga, registra il loro inutile trionfo soltanto per scusare la propria sconfitta. Il fatto è che non c'è vita se non nella disattenzione alla vita.


Emil 131



AI FUNERALI DEL DESIDERIO

In ogni cellula si spalanca una caverna infinitesimale... Noi sappiamo dove le malattie si insediano, il loro luogo, la specifica debolezza degli organi; ma questo male senza sede, quest'oppressione sotto il peso di mille oceani, questo desiderio di un veleno malefico in grado ideale...
La volgarità della primavera, le provocazioni del sole, della verzura, della linfa... il mio sangue si disintegra quando le gemme si schiudono, quando l'uccello e il bruto si manifestano...Invidio i pazzi completi, il sonno del ghiro, gli inverni dell'orso, la secchezza del saggio; scambierei con il loro torpore la mia frenesia d'assassino prolisso che sogna crimini al di qua del sangue.
E più di tutti invidio quegli imperatori della decadenza, tetri e crudeli, che venivano pugnalati nel bel mezzo dei loro crimini.
Mi abbandono allo spazio come la lacrima di un cieco. Di chi sono io la volontà, chi vuole in me? Mi piacerebbe che un demone concepisse una cospirazione contro l'uomo: sarei pronto ad associarmi. Stanco di ingarbugliarmi nelle esequie dei miei desideri, avrei finalmente un pretesto ideale, giacché la Noia è il martirio di quelli che non vivono e non muoiono per nessuna fede.  

L'IRREFUTABILE DELUSIONE

Tutto la suffraga, la alimenta e la rafforza; essa corona - sapiente, irrecusabile - avvenimenti, sentimenti, pensieri. Non c'è istante che non la consacri, impulso che non la risollevi, riflessione che non la confermi. Divinità il cui regno non ha confini, più potente della fatalità che la serve e la illustra, legame fra la vita e la morte, essa le riunisce, le confonde, e se ne nutre. Paragonate ai suoi argomenti e alle sue dimostrazioni, le scienze sembrano un cumulo di stravaganze. Niente potrebbe diminuire il fervore dei suoi disgusti: vi sono forse verità, fiorenti in una primavera d'assiomi, che possano sfidare il suo dogmatismo visionario, la sua orgogliosa insania? Non c'è febbre di giovinezza né squilibrio dello spirito che resistano alle sue certezze, e i suoi trionfi sono proclamati all'unisono dalla saggezza e dalla demenza. Dinanzi al suo dominio senza falle, dinanzi alla sua sovranità senza limiti, le nostre ginocchia si piegano: tutto incomincia con l'ignorarla e tutto finisce col sottomettervisi; non c'è un solo atto che non la fugga e non ce n'è uno che non sia riconducibile ad essa. Ultima parola quaggiù, è l'unica che non delude...

Emil 130



IL DETERIORAMENTO SUPREMO

C'è qualcosa che rivaleggia con la battona più sordida, qualcosa di sporco, di logoro, di sfatto, che eccita e sconcerta la rabbia - un vertice di esasperazione e un articolo buono per tutti i momenti: è la parola, ogni parola, e più precisamente quella di cui ci si serve. Dico: albero,casa, io, magnifico, stupido - potrei dire qualsiasi cosa, e sogno un assassino di tutti i nomi e di tutti gli aggettivi, di tutti questi rutti decorosi. Talvolta mi sembra che siano morti e che nessuno voglia sotterrarli. Per viltà li consideriamo ancora vivi e continuiamo a sopportare il loro odore senza turarci il naso. Eppure non sono né esprimono più nulla. Quando si pensa a tutte le bocche attraverso le quali sono passati, a tutti gli aliti che li hanno corrotti, a tutte le circostanze in cui sono stati proferiti, ci si può ancora servire di uno solo di essi senza esserne contaminati?
Ce li gettano già belli e masticati; e tuttavia non oseremmo inghiottire un alimento masticato da altri: l'atto materiale che corrisponde all'uso della parola ci dà la nausea; basta, però, un momento di collera per sentire dietro qualsiasi parola un sapore di saliva estranea.
Per rinfrescare il linguaggio bisognerebbe che l'umanità cessasse di parlare: essa ricorrerebbe con profitto ai segni o, più efficacemente, al silenzio. La prostituzione della parola è il sintomo più visibile del suo avvilimento; non ci sono più vocaboli intatti, né articolazioni pure, e tutto si degrada a furia di ripetizioni, finanche le cose significate. Per quale motivo ogni generazione non dovrebbe imparare un nuovo idioma, non fosse che per dare una nuova linfa agli oggetti? Come è possibile amare e odiare, divertirsi e soffrire usando simboli anemici? La "vita", la "morte" - stereotipi metafisici, enigmi desueti... L'uomo dovrebbe crearsi un'altra illusione di realtà e inventare a questo scopo altre parole, poiché le sue mancano di sangue e, al loro stadio di agonia, non c'è più trasfusione possibile.   

Emil 129



DISCIPLINA DELL'ATONIA

Come cera sotto l'azione del sole, di giorno fondo e di notte mi solidifico: alternanza che mi decompone e mi restituisce a me stesso, metamorfosi nell'inerzia e nell'oziosità... A questo doveva approdare tutto ciò che ho letto e appreso, è questo lo scopo delle mie veglie? La pigrizia ha affievolito i miei entusiasmi, rammollito i miei appetiti, snervato le mie rabbie. Chi  non si lascia andare mi sembra un mostro: logoro le mie forze nell'apprendistato dell'abbandono e mi esercito nell'inoperosità, opponendo ai miei capricci i paragrafi di un'Arte di Marcire.
Dappertutto persone che vogliono: mascherata di passi precipitosi verso scopi meschini o misteriosi; volontà che si incrociano; ognuno vuole; la massa vuole; migliaia di persone tese verso non si sa che cosa. Io non sono capace di seguirle, e ancora meno di sfidarle; mi fermo stupefatto: quale prodigio ha ispirato loro tanta alacrità? Mobilità allucinante: in così poca carne tanto vigore e tanta isteria! Questi scalmanati che nessuno scrupolo calma, nessuna saggezza acquieta, nessuna amarezza sconcerta... Sfidano i pericoli con maggior disinvoltura degli eroi: sono inconsapevoli apostoli dell'efficace, santi dell'Immediato... divinità nelle fiere del tempo...
Me ne distolgo, e lascio i marciapiedi del mondo... Eppure vi fu un tempo in cui ammiravo i conquistatori e le api, in cui sono stato lì lì per sperare; ma adesso il movimento mi sgomenta e l'energia mi affligge. C'è più saggezza nel lasciarsi trascinare dai flutti che nel lottare contro di essi. Postumo a me stesso, mi ricordo del Tempo come di una puerilità o di una mancanza di gusto. Senza desideri, senza ore in cui farli fiorire, ho soltanto la certezza di essermi sopravvissuto da sempre, feto roso da un'idiozia onnisciente prima ancora che le sue palpebre si aprissero, e nato morto di chiaroveggenza...