Emil 103



L'ESTETA AGIOGRAFO

Non è certo un segno di benedizione essere stati ossessionati dall'esistenza dei santi. A questa ossessione si mescola un gusto per le malattie e un'avidità di depravazioni. Ci si preoccupa della santità solamente se si è stati delusi dai paradossi terreni; allora se ne cercano altri, di una natura più strana, imbevuta di profumi e di verità ignoti; si spera in follie introvabili nei brividi quotidiani, follie cariche di un esotismo celeste - ci si scontra così con i santi, con i loro gesti, la loro temerità, il loro universo. Spettacolo inconsueto! Ci si ripromette di restare a contemplarlo per tutta la vita, di esaminarlo con una dedizione voluttuosa, di sottrarsi alle altre tentazioni perchè finalmente si è incontrata quella vera e inaudita. Ecco l'esteta diventato agiografo, pronto per un pellegrinaggio erudito...Egli lo intraprende senza sospettare che è soltanto una passeggiata, e che in questo mondo tutto delude, anche la santità.

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IL RIFIUTO DI PROCREARE


Colui che, avendo consumato i propri appetiti, si avvicina a una forma limite di distacco, non vuole più perpetuare se stesso; detesta sopravvivere in un altro, al quale d'altronde non avrebbe più niente da trasmettere; la specie lo sgomenta: è un mostro - e i mostri non generano più. L' "amore" continua ad affascinarlo: un'aberrazione in mezzo ai suoi pensieri. Egli vi cerca un pretesto per ritornare alla condizione comune, ma il figlio gli sembra inconcepibile, come la famiglia, come l'eredità, come le leggi della natura. Senza professione né discendenza, egli attua
- ultima ipostasi - il proprio compimento. Ma, per quanto lontano sia dalla fecondità, è superato da un mostro ben più audace: il santo, esempio insieme fascinoso e ripugnante, rispetto al quale ci si trova sempre a mezza strada e in una posizione falsa; la sua, per lo meno, è chiara: più nessun gioco è possibile, più nessun dilettantismo. Giunto sulle cime dorate dei propri disgusti, agli antipodi della Creazione, il santo ha fatto del proprio nulla un'aureola. La natura non ha mai conosciuto una simile calamità: dal punto di vista della perpetuazione egli segna una fine assoluta, un epilogo radicale. Essere tristi, come Léon Bloy, perchè non siamo santi, significa desiderare la sparizione dell'umanità... in nome della fede! Quanto sembra invece positivo il diavolo, che, costringendosi a inchiodarci alle nostre imperfezioni, opera - suo malgrado, tradendo la propria essenza - per la nostra conservazione! Sradicate i peccati: la vita appassisce bruscamente. Le follie della procreazione svaniranno un giorno - per stanchezza piuttosto che per santità. Più che per aver teso alla perfezione l'uomo si esaurirà per essersi dissipato: assomiglierà allora a un santo vuoto, e sarà altrettanto lontano dalla fecondità della natura di quanto lo è questo modello di compimento e di sterilità.    

L'uomo procrea soltando restando fedele al destino generale. Se si avvicina all'essenza del demonio o dell'angelo, diventa sterile o produce aborti. Per Raskol'nikov, per Ivan Karamazov o Stavrogin l'amore non è più che un pretesto per accellerare la loro perdita e questo stesso pretesto viene meno per Kirillov, il quale non si misura più con gli uomini, ma con Dio. Quanto all'Idiota o ad un Alesa, il fatto che l'uno scimmiotti Gesù e l'altro gli angeli colloca immediatamente entrambi fra gli impotenti...
Ma sottrarsi alla catena degli esseri umani e rifiutare l'idea di ascendenza o di posterità non significa tuttavia rivaleggiare con il santo, il cui orgoglio supera ogni dimensione terrestre. In effetti, dietro la decisione con la quale si rinuncia a tutto, dietro l'incommensurabile impresa di questa umiltà si cela un'effervescenza demoniaca: il punto iniziale, l'avvio della santità assume l'aspetto di una sfida rivolta alla specie; successivamente il santo ascende la scala della perfezione, incomincia a parlare d'amore, di Dio, si volge verso gli umili, incuriosisce le folle - e ci irrita. Ciò non toglie che egli ci abbia lanciato il guanto...

L'odio della "specie" e del suo "genio" rende simili agli assassini, ai dementi, alle divinità e ai tutti i grandi sterili. A partire da un certo grado di solitudine, bisognerebbe cessare di amare e di compiere l'affascinante sozzura dell'accoppiamento. Chi vuole perpetuare se stesso a ogni costo si distingue a malapena dal cane: è ancora natura; non capirà mai che si possa subire il dominio degli istanti e ribellarsi a essi, godere dei vantaggi della specie e disprezzarli: fin de race - con appetiti... Ecco il conflitto di chi adora e abomina la donna, supremamente indeciso fra l'attrazione e il digusto che ella ispira. Perciò - incapace di rinnegare totalmente la specie - risolve questo conflitto sognando, sopra un seno, il deserto, e mescolando al tanfo di troppo concreti sudori un profumo di chiostro. Le insincerità della carne lo avvicinano ai santi...    

Solitudine dell'odio... Sensazione di un dio volto alla distruzione, un dio che calpesta le sfere, sbava sull'azzurro e sulle costellazioni, un dio frenetico, sudicio e malsano - demiurgia che proietta, attraverso lo spazio, paradisi e latrine; cosmogonia da delirium tremens: apoteosi convulsiva in cui il fiele corona gli elementi... Le creature si protendono verso un archetipo di laidezza e agognano un ideale di deformità... Universo del ghigno, giubilo della talpa, della iena e del pidocchio... Non c'è più orizzonte, se non per i mostri e la canaglia. Tutto si avvia verso la turpitudine e la cancrena: questo globo che suppura mentre i viventi mostrano le loro piaghe sotto i raggi di quel cancro luminoso...

Emil 101





Non è in potere dell'uomo evitare di perdersi. Il suo istinto di conquista e di analisi estende i suoi domini per dissolvere poi tutto quello che vi si trova; ciò che egli aggiunge alla vita si rivolta contro di essa. Schiavo delle sue creazioni, egli è - in quanto creatore - un agente del Male. Ciò vale per il bricoleur come per il saggio, e - sul piano assoluto - per il più piccolo insetto come per Dio. L'umanità sarebbe potuta rimanere nella stagnazione e prolungare la sua durata, se fosse stata composta solo di bruti e di scettici; ma, invaghita dell'efficacia, ha promosso questa folla affannata e positiva, votata alla rovina per eccesso di lavoro e di curiosità. Avida della propria polvere, ha preparato la sua fine e la prepara ogni giorno. Così, più vicina al suo epilogo che ai suoi inizi, ai propri figli non riserva altro che l'ardore disincantato davanti all'apocalisse...
L'immaginazione concepisce facilmente un avvenire in cui gli uomini esclameranno in coro: "Noi siamo gli ultimi: stanchi del futuro, e ancor più di noi stessi, abbiamo spremuto il succo della terra e spogliato i cieli. Né la materia né lo spirito possono ancora nutrire i nostri sogni: questo universo è arido quanto i nostri cuori. Non c'è più sostanza da nessuna parte: i nostri antenati ci lasciarono in eredità la loro anima a brandelli e il loro midollo  tarlato. L'avventura volge al termine; la coscienza muore; i nostri canti si sono dileguati; su di noi splende il sole dei moribondi!"
Se, per caso o per miracolo, le parole svanissero, sprofonderemmo in un'angoscia e in un'ebetudine intollerabili. Questo mutismo improvviso ci esporrebbe al supplizio più crudele. è l'uso del concetto che ci rende padroni dei nostri terrori.
Noi diciamo: la Morte - e questa astrazione ci dispensa dal percepirne l'immensità e l'orrore. Battezzando le cose e gli eventi, eludiamo l'Inesplicabile: l'attività dello spirito è un imbroglio salutare, un gioco di prestigio; ci permette di circolare dentro una realtà addolcita, confortante e inesatta. Imparare a maneggiare i concetti - disimparare a guardare le cose...
La riflessione nacque in un giorno di fuga; la pompa verbale ne fu la conseguenza. Ma quando si ritorna a sé e si è soli - senza la compagnia delle parole - si riscopre l'universo privo di qualificazioni, l'oggetto puro, l'evento nudo: dove attingere l'audacia di affrontarli? Non si specula più sulla morte, si è la morte; anzichè decorare la vita e assegnarle degli scopi, le si toglie ogni ornamento e la si riduce al suo giusto significato: un eufemismo del Male. Le grandi parole: destino, sfortuna, sventura, si spogliano del loro splendore, ed è allora che si scorge la creatura alle prese con organi deboli, schiacciata da una materia prostrata e attonita. Togliete all'uomo la menzogna dell'Infelicità, dategli il potere di guardare dietro questo vocabolo: non potrebbe sopportare nemmeno per un istante la sua infelicità.
Sono l'astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che gli hanno impedito di sprofondare, non le religioni e gli istinti.
Quando Adamo fu cacciato dal paradiso, anziché vituperare il suo persecutore si affrettò a battezzare le cose: era l'unico modo di adattarvisi e di dimenticarle - le basi dell'idealismo erano state poste. E quello che fu un semplice gesto, una reazione di difesa nel primo balbuziente, divenne teoria in Platone, Kant e in Hegel.
Per non soffermarci troppo sull'accidente che siamo, noi convertiamo in entità persino il nostro nome: come si può morire quando ci si chiama Pietro o Paolo? Ciascuno di noi, attento più all'apparenza immutabile del proprio nome che alla fragilità del proprio essere, si abbandona a un'illusione di immortalità; se l'articolazione verbale svanisse, saremmo completamente soli; il mistico che sposa il silenzio ha rinunciato alla sua condizione di creatura. Immaginiamolo, per di più, senza fede - mistico nichilista - e avremo il coronamento disastroso dell'avventura terrestre.
... è fin troppo naturale pensare che l'uomo, stanco delle parole, stremato dal ripetersi insulso dei tempi, sbattezzerà le cose e getterà i loro nomi, insieme al proprio, in un grande autodafé in cui le sue speranze saranno inghiottite. Stiamo tutti correndo verso questo modello finale, verso l'uomo muto e nudo...

Sento l'età della Vita, la sua vecchiaia, la sua decripetezza.
Da ere incalcolabili, essa scorre sulla superficie del globo grazie al miracolo di quella falsa immortalità che è l'inerzia; indugia ancora nei reumatismi del Tempo, di quel tempo più vecchio di lei, estenuato da un delirio senile, dalla monotona ripetizione dei suoi istanti, dalla sua durata vaneggiante.
E sento tutta la pesantezza della specie, e ne ho assunto tutta la solitudine. Se solo sparisse! Ma la sua agonia si prolunga verso un'eternità di putrefazione. Concedo a ciascun istante la libertà di distruggermi: non vergognarsi di respirare è da mascalzoni.
Più nessun patto con la vita, più nessun patto con la morte: avendo disimparato a essere, accetto di cancellarmi. Il Divenire - che misfatto!
Passata attraverso tutti i polmoni, l'aria non si rinnova più. Ogni giornata aborre il proprio domani, e io mi sforzo inutilmente di immaginare il volto di un solo desiderio. Tutto mi è di peso: stremato come una bestia da soma che sia stata caricata della Materia, mi trascino dietro i pianeti.
Mi si offra un altro universo - o soccomberò.


Amo solo l'irrompere e lo sprofondare delle cose, il fuoco che le suscita e quello che le divora. La durata del mondo mi esaspera; la sua nascita e la sua scomparsa mi incantano. Vivere sotto la fascinazione del sole verginale e del sole decrepito; saltare le pulsazioni del tempo per afferrarne la prima e l'ultima; fantasticare sull'apparizione degli astri e sul loro dileguarsi; disdegnare la routine dell'essere e precipitarsi verso le due voragini che la minacciano; esaurirsi all'inizio e al termine degli istanti...
... Così si scopre in sé il Selvaggio e il Decadente, coabitazione predestinata e contraddittoria: due personaggi che subiscono la stessa attrazione del passaggio, l'uno dal nulla verso il mondo, l'altro dal mondo verso il nulla: è il bisogno di una doppia convulsione, su scala metafisica. Tale bisogno si traduce, su scala storica, nell'ossessione dell'Adamo che il paradiso espulse e di colui che la terra espellerà: due estremi dell'impossibilità dell'uomo.

Per quello che c'è di "profondo" in noi, siamo esposti a tutti i mali: nessuna salvezza è possibile finché restiamo conformi al nostro essere. Qualcosa deve sparire dalla nostra composizione, e una fonte nefausta esaurirsi; perciò non si dà che un'unica soluzione: abolire l'anima, le sue aspirazioni e i suoi abissi; i nostri sogni ne furono avvelenati; la si deve estirpare, insieme col suo bisogno di "profondità", con la sua fecondità "interiore", e con le altre sue aberrazioni. Lo spirito e la sensazione ci basteranno; dal loro concorso nascerà una disciplina della sterilità che ci preserverà dagli entusiasmi e dalle angosce. Che nessun "sentimento" ci turbi più, e che l' "anima" diventi la più ridicola delle anticaglie...          


  

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Poiché l'esistenza dell'uomo è l'avventura più considerevole e più strana che la natura abbia mai conosciuto, è inevitabile che sia anche la più breve; la sua fine è prevedibile e auspicabile: rinviarla indefinitamente sarebbe un'indecenza. Una volta accettati i rischi della sua eccezionalità, l'animale paradossale giocherà ancora per secoli, se non per millenni, la sua ultima carta. Dobbiamo lamentarcene? è evidente che non eguaglierà mai più le sue glorie passate: niente lascia presagire che le sue possibilità susciteranno un giorno un rivale di Bach o di Shakespeare. La Decadenza si manifesta in primo luogo nelle arti: la "civiltà" sopravvive per un certo tempo alla loro decomposizione. Così sarà dell'uomo: continuerà le sue prodezze, ma le sue risorse spirituale saranno inaridite, come pure la sua freschezza d'ispirazione. La sete di potenza e di dominio ha troppo presa sulla sua anima: quando sarà padrone di tutto, non lo sarà più della propria fine.
Non possedendo ancora tutti i mezzi per distruggere e distruggersi, non perirà subito; ma è indubbio che si fabbricherà un mezzo di annientamento totale prima di scoprire una panacea, la quale peraltro non sembra rientrare nelle possibilità della natura. Si annienterà in quanto creatore: dobbiamo concludere che tutti gli uomini spariranno dalla terra? Non bisogna essere tanto ottimisti. Una buona parte, i sopravvissuti, continueranno a trascinarvisi, razza di sottouomini, scrocconi dell'apocalisse...
   

Emil 99



Non c'è alcun bisogno di credere a una verità per sostenerla, né di amare un'epoca per giustificarla, dato che ogni principio è dimostrabile e ogni avvenimento legittimo. L'insieme dei fenomeni - frutti dello spirito o del tempo, non importa - è suscettibile di esser accolto o negato secondo la nostra disposizione del momento:
gli argomenti, che siano prodotti dal nostro rigore o dai nostri capricci, si equivalgono sotto ogni aspetto.Niente è indifendibile - dalla proposizione più assurda al crimine più mostruoso. La storia delle idee, come quella dei fatti, si sviluppa in un clima di insensatezza: chi potrebbe, in buona fede, trovare un arbitro capace di risolvere i litigi di questi gorilla anemici o sanguinari?
La terra è il luogo in cui si può affermare tutto con la stessa verosomiglianza: qui assiomi e deliri sono intercambiabili; slanci e prostrazioni si confondono; elevazioni e bassezze partecipano di un medesimo movimento. Indicatemi un solo caso a sostegno del quale non sia possibile trovare nulla. Gli avvocati dell'inferno non hanno meno ragioni di quelli del cielo - e io difenderei la causa del saggio e quella del folle con lo stesso fervore. Il tempo corrompe tutto ciò che si manifesta e agisce: un'idea o un avvenimento, attuandosi, prendono forma e si degradano. Così, quando la moltitudine degli umani si mise in moto, ne derivò la Storia e, con essa, l'unico desiderio puro che abbia ispirato: che si concluda in un modo o nell'altro.

Troppo maturi per altre aurore, e avendo compreso troppi secoli per desiderarne di nuovi, non ci resta che sguazzare nelle scorie della civiltà. Il cammino del tempo seduce ormai solo gli imberbi e i fanatici...
Siamo i grandi decrepiti, oppressi da antichi sogni, inetti per sempre all'utopia, tecnici delle spossatezze, affossatori del futuro, atterriti dalle reincarnazioni del vecchio Adamo. L'Albero della Vita non conoscerà più alcuna primavera: è legno secco; se ne faranno bare per le nostre ossa, per i nostri sogni e per i nostri dolori. La nostra carne ha ereditato il fetore delle belle carogne disseminate lungo i millenni. La loro gloria ci ha affascinati, e noi l'abbiamo esaurita. Nel cimitero dello Spirito riposano i princìpi e le formule: il Bello è definito, e lì sotterrato. E con lui il Vero, il Bene, il Sapere e gli Dèi. Vi marciscono tutti assieme. (La Storia: ambito in cui si decompongono le maiuscole e, con esse, chi le immaginò e le ebbe care.)
...Mi aggiro in questo cimitero. Sotto quella croce dorme il suo ultimo sonno la Verità; accanto a lei il Fascino; un po' più in là, il Rigore, e, sopra una moltitudine di lapidi che ricoprono deliri e ipotesi, si erge il mausoleo dell'Assoluto: qui giacciono le false consolazioni e le vette ingannatrici dell'anima. Ma, ancora più in alto, a coronare questo silenzio, aleggia l'Errore - e trattiene i passi del funebre sofista.

Emil 98



Secondo Meister Eckhart, la divinità precede Dio, ne è l'essenza, il fondo insolubile. Che cosa troveremmo, nel più intimo dell'uomo, che ne definisca la sostanza in opposizione all'essenza divina? La nevrastenia; essa dunque sta all'uomo come la divinità sta a Dio.
Viviamo in un clima di sfinimento; l'atto di creare, di forgiare, di fabbricare, è meno significativo per se stesso che non per il vuoto, per la caduta che lo segue. Rispetto ai nostri sforzi, sempre e inevitabilmente compromessi, il fondo divino e inesauribile si situa fuori del campo dei nostri concetti e delle nostre sensazioni. L'uomo è nato con la vocazione alla stanchezza: quando adottò la stazione eretta e diminuì così le sue possibilità d'appoggio, si condannò a debolezze sconosciute all'animale che era stato. Portare su due gambe tanta materia e tutti i disgusti che vi si connettono!
Le generazioni accumulano la stanchezza e la trasmettono; i nostri padri ci lasciano in eredità un patrimonio di anemia, riserve di scoraggiamento, risorse di decomposizione e un impulso a morire che diventa più potente dei nostri istinti di vita. è così che l'abitudine a sparire, sostenuta dal nostro capitale di stanchezza, ci permetterà di realizzare, nella carne diffusa, la nevrastenia - la nostra essenza...    

Emil 97



Sentire il peso della storia, il fardello del divenire e quell'accasciamento sotto il quale la coscienza si piaga quando considera la massa e l'inanità degli avvenimenti trascorsi o possibili... La nostalgia invoca inutilmente uno slancio ignaro delle lezioni che si traggono da tutto ciò che è stato: vi è una spossatezza per la quale il futuro stesso è un cimitero, un cimitero virtuale come tutto ciò che attende di essere.
I secoli si sono appesantiti e opprimono l'istante.
Siamo più marci di tutte le età, più decomposti di tutti gli imperi. La nostra prostrazione interpreta la storia, il nostro affanno ci permette di sentire i rantoli delle nazioni.
Attori clorotici, ci prepariamo a recitare parti da comprimari nelle repliche del tempo: il sipario dell'universo è tarmato , attraverso i suoi buchi non si vedono che maschere e fantasmi...

L'errore di coloro che colgono la decadenza è di volerla combattere, mentre bisognerebbe incoraggiarla: sviluppandosi, essa si esaurisce e permette l'avvento di altre forme. Il vero annunziatore non è colui che propone un sistema quando nessuno lo vuole, ma colui che precipita il Caos, ne è l'agente e il turiferario. è volgare strombazzare dogmi in epoche estenuate, quando ogni sogno di avvenire sembra delirio o impostura. Avviarsi verso la fine della storia con un fiore all'occhiello - unico contegno dignitoso nello svolgimento del tempo. Peccato che non ci sia un Giudizio universale, che manchi l'occasione di una grande sfida! I credenti: istrioni dell'eternità; la fede: bisogno di una scena intemporale... Ma noi increduli moriamo con i nostri scenari, troppo stanchi per lasciarci lusingare da fasti promessi ai nostri cadaveri...